Che fatica, oggi, essere un’autrice.
Ci sono parti di questo percorso che si vedono, e altre che restano nascoste.
Si vede il libro quando esce. Si vede la copertina. Si vede il post in cui ne parli.
Meno visibile è tutto il resto: il tempo ritagliato a fatica, le frasi appuntate di corsa, la stanchezza, i dubbi, il bisogno ostinato di continuare a scrivere anche quando farlo sembra complicato in ogni modo.
Per me essere un’autrice indipendente significa anche questo: credere nelle parole abbastanza da restare, anche quando il cammino chiede tanto e restituisce poco, almeno all’inizio. Perché non c’è solo la scrittura, che già da sola richiede impegno, costanza e presenza.
Soprattutto quando scrivere è la tua passione, ma non il tuo mestiere. Allora impari a scrivere negli spazi vuoti della giornata, nei minuti rubati, tra un dovere e l’altro, trattenendo al volo un pensiero prima che sfugga.
Si scrive così, come si può. Ma lo si fa lo stesso, perché dentro c’è qualcosa che continua a chiedere voce.
E poi arriva il dopo. E a volte è proprio lì che tutto si fa più pesante.
Perché dopo aver scritto, corretto, sistemato e amato una storia, scopri che non basta. Pubblicare non è il punto di arrivo. È solo un altro inizio. Bisogna esporsi, raccontarsi, promuoversi, esserci. E per chi ama scrivere, ma non necessariamente mostrarsi, questa può diventare la parte più difficile. Perché una cosa è affidarsi alle parole, un’altra è sentire di dover continuamente attirare l’attenzione su di sé.
Ma oggi funziona anche così: un libro, da solo, raramente riesce a trovare il suo spazio.


“Se vuoi, lascia la tua voce.”