Tra i Sette, nessuno possedeva la sua forza. Abenon non costruiva con pazienza, ma con decisione.

Abenon fu il primo a rispondere al richiamo dell’esistenza. Quando il Vuoto iniziò a vibrare e la creazione cercava una voce, fu la sua a farsi strada nel silenzio. Non attese conferme né segni, agì, come se la nascita del mondo fosse un compito che gli apparteneva da sempre.
Su Ilunthar, la sua potenza era evidente in ogni cosa solida. Dove altri Auris cantavano, tessevano o misuravano, Abenon dava peso e consistenza. La materia, nelle sue mani, non era un’idea, era una forza da domare. La piegava con decisione, la costringeva a reggere, la modellava finché non smetteva di tremare.
Nei giorni d’oro, quando Ilunthar era ancora intatta, Abenon
camminava tra le strutture che aveva plasmato come tra prove della propria volontà. Ogni pilastro, ogni venatura di ossidiana, ogni nervatura di roccia parlava la sua lingua: stabilità, resistenza, durata.
Ciò che generò dall’ombra
Quando la luce di Ilunthar si risvegliò altrove, Abenon non la seguì davvero. Qualcosa in lui rimase indietro, ancorato alle origini. Portava dentro di sé il ricordo del primo mondo, perfetto, integro, inevitabile. Tutto ciò che venne dopo gli parve una versione minore, un compromesso travestito da rinascita. Ogni nuova forma gli appariva come una resa, ogni tentativo di ricominciare, un tradimento.
Gli altri parlavano di equilibrio, di adattamento, di vita che muta, egli sentiva solo la distanza tra ciò che era stato e ciò che non sarebbe più tornato. Non temeva il cambiamento, lo disprezzava, perché lo costringeva ad accettare una perdita. E quando comprese che la creazione non sarebbe

mai tornata alla sua purezza originaria, la sua potenza cercò un’altra via. Nel silenzio di un’ora senza nome, Abenon smise di generare dalla luce e chiamò a sé ciò che aveva sempre rifiutato di guardare, la propria ombra.
Da quella profondità creò una nuova stirpe, i Demon, creature prive di empatia, incapaci di amare, forgiate non per creare ma per corrompere.
Nel momento stesso in cui vennero alla luce, Abenon sentì qualcosa placarsi dentro di lui, non era pace, ma soddisfazione, come se finalmente, il cosmo avesse pagato il prezzo del tradimento che lui percepiva.
E fu allora che l’equilibrio si spezzò davvero.
«Non tardate… il mondo corre verso la propria rovina.»


“Se vuoi, lascia la tua voce.”