Tra i Sette, Ghael era colui che più si avvicinava all’idea di fragilità, pur non conoscendola davvero. Non temeva il cambiamento, né la perdita, perché nulla, per lui, era mai definitivo. Ogni fine era un passaggio, ogni forma un transito.

Ghael era diverso dagli altri Auris fin dall’inizio. Non per potere o per rango, ma per attenzione.
Mentre gli altri osservavano il cosmo come un insieme di forze da governare, Ghael si soffermava su ciò che mutava: il passaggio della luce, la trasformazione della materia, il modo in cui una forma poteva diventare un’altra senza perdere la propria essenza.
Non era interessato alla stabilità, ma al movimento. Amava ciò che cresceva, ciò che fioriva, ciò che respirava.
I suoi giardini non erano opere di dominio, ma luoghi di ascolto, in cui la creazione poteva sperimentare se stessa. Ogni colore, ogni variazione, ogni nuova forma era per lui una possibilità, non un rischio.
Ghael non cantava per imporre ordine, ma per evocare risposta. La sua voce non obbligava, ciò che veniva chiamato rispondeva con vita. Fu così che l’universo conobbe la bellezza non come ornamento, ma come esperienza.
Ancora Auris, ancora immortale, Ghael non sapeva che proprio questa sua vicinanza al mutamento lo avrebbe condotto, un giorno, a compiere la scelta che nessun altro avrebbe osato anche solo immaginare.
Ciò che iniziò a desiderare
Col tempo, Ghael iniziò a osservare gli umani più a lungo degli altri. Non lo faceva per curiosità, ma per attrazione. In loro vedeva qualcosa che nel cosmo immortale non esisteva: la tensione continua tra caduta e rinascita. Gli uomini sbagliavano, soffrivano, perdevano, eppure continuavano a scegliere incapaci di rinunciare alla speranza.
Prendevano ciò che era stato dato loro e lo mutavano con pazienza, errore e ostinazione. Ogni gesto era fragile, ogni risultato imperfetto, ma proprio per questo autentico.
Dove gli Auris conoscevano il disegno, gli uomini imparavano strada facendo.
Lo colpiva soprattutto il modo in cui amavano. Un amore privo di garanzie, esposto alla perdita, al rifiuto, alla morte, eppure scelto ogni giorno. In quell’amore vulnerabile Ghael riconobbe una verità che l’eternità gli aveva sempre negato, il valore di ciò che può finire.
Non era pietà ciò che provava né ribellione era ammirazione. Un desiderio silenzioso di conoscere il mondo non come certezza, ma come esperienza, di vivere senza sapere quanto tempo rimane e amare senza la consapevolezza dell’eternità.
Fu allora che Ghael comprese che l’immortalità stava diventando una distanza. E che forse, per imparare davvero il significato della vita, non bastava contemplarla dall’alto.
«… voglio sentire il cuore spezzarsi per poi ricucirsi. Voglio imparare l’amore, Osvhar. Non contemplarlo. Vivere non è sapere, ma imparare.»


“Se vuoi, lascia la tua voce.”