Tra i Sette, Osvhar era il meno coinvolto e il più consapevole. Non interveniva per salvare né per condannare. Custodiva. Raccoglieva futuri possibili, li osservava senza giudicarli, pronto a scartarli o preservarli se necessario. La sua responsabilità non era verso ciò che era giusto, ma verso ciò che poteva ancora accadere.

Osvhar non abitava i luoghi, ma gli intervalli. Non si fermava nei mondi, li attraversava. Dove gli altri Auris percepivano il tempo come una sequenza, lui lo sentiva come una materia pieghevole, attraversata da correnti invisibili.
Non osservava il presente, lo considerava solo una soglia. Il suo sguardo si muoveva avanti e indietro, tra possibilità non ancora nate e memorie che non avevano trovato forma. Osvhar non prevedeva il futuro né intuiva le tensioni, i punti di cedimento, i nodi destinati a stringersi.
Camminava tra varchi che nessun altro poteva vedere, corridoi sottili dove il prima e il dopo respiravano insieme. Ogni suo passo lasciava tracce che non erano segni, ma deviazioni impercettibili. Nulla cambiava apertamente al suo passaggio, eppure tutto risultava leggermente diverso.
Ciò che mise in movimento
Quando gli Auris si allontanarono dalla Terra, Osvhar non provò rimpianto. Aveva già visto quell’addio in mille forme diverse, in mille futuri possibili. Per lui, la fine non era una tragedia, ma una variazione.
Gli uomini, lasciati soli, iniziarono a scegliere. Ed è allora che Osvhar cominciò a osservarli davvero. Non come creature da proteggere, né come errori da correggere, li guardava come si osserva una partita ancora aperta. Ogni decisione era una mossa, ogni incontro un bivio, ogni morte una deviazione del percorso.
Osvhar scoprì che l’imprevedibilità umana era l’unica cosa capace di sorprenderlo. Così iniziò a intervenire, ma mai apertamente. Un incontro mancato, un sogno ricordato al momento sbagliato un passo in più, o uno in meno. Piccole alterazioni, invisibili a chi le subiva, ma decisive nel disegno complessivo. Non spingeva verso il bene né verso il male. Spostava pedine per vedere cosa sarebbe accaduto. Alcuni uomini diventavano eroi per caso, altri mostri per necessità. Osvhar non li giudicava.
Per lui, il libero arbitrio non era un valore morale, ma una variabile interessante. E l’umanità, finalmente priva dello sguardo divino, era diventata un esperimento degno di attenzione.
Se gli altri Auris avevano scelto di credere, Osvhar aveva scelto di osservare. E nel silenzio dei varchi che solo lui poteva attraversare, continuava a muovere il mondo come una scacchiera senza fine.
«Tutti questi secoli a impedirci di creare. Di toccare. Di sentire. Eravamo divini, ora siamo solo spettatori. Io ero stanco. Annoiato.»


“Se vuoi, lascia la tua voce.”