Cerbero, Guardiano degli Equilibri, è il primo essere vivente del mio universo narrativo: nato prima degli Auris e delle stelle, come protettore del Cuore Nascosto.
Questa è la sua leggenda d’origine, il mito che apre la soglia tra Vuoto e creazione.
La scintilla prima del tempo.
All’inizio non c’era che Vuoto: uno spazio infinito, muto, senza direzione. Un respiro senza voce. Un abisso che non conosceva né luce né ombra. Poi il Vuoto respirò, e dal suo sospiro nacque il Cuore Nascosto: un solo battito nella notte eterna.
Ma ogni luce, quando si accende nel Nulla, diventa una ferita. E il Vuoto, come una marea oscura, tentò di richiudersi su ciò che stava nascendo. Allora il Cuore generò il suo guardiano: Cerbero. Egli non fu una creatura “nata”: fu un’evoluzione primordiale, una coscienza emersa da una scintilla del Cuore Nascosto. Una sentinella con un solo corpo, ma tre teste: tre funzioni, tre leggi, tre modi di custodire.
Una custodisce le memorie del tempo: ciò che è stato, ciò che è destinato a ripetersi, ciò che non deve essere dimenticato.
Una custodisce la pietà: perché la creazione non sia solo potere, ma anche cura.
La terza custodisce una saggezza assoluta e incorruttibile: la parte che non cede, non si piega, non viene corrotta.
Tre volti per un solo compito: non permettere al Vuoto di spegnere la scintilla.
Per ere che nessuno seppe misurare, Cerbero rimase solo nel cosmo abitato dal niente, a vegliare sul Cuore Nascosto come su un segreto troppo fragile. Si dice che in quel tempo custodì dentro di sé un fuoco che non era fiamma, ma promessa.
Finché, un giorno, il guardiano aprì le fauci e soffiò.
Con il suo alito di drago, dopo ere di solitudine nel cosmo abitato dal nulla, nacquero gli Auris, generati dal prezzo pagato da un guardiano. Figli di una battaglia originaria, nati da una ferita luminosa che il Vuoto non riuscì a spegnere.
Gli Auris si levarono come soli giovani e i loro canti accesero il firmamento. E mentre la creazione prendeva forma tra leggi e miracoli, Cerbero non cantò. Si ritirò dove Ombra e Luce si toccano, nel punto in cui tutto può spezzarsi di nuovo, e giurò: «Quando le Luci dimenticheranno il loro giuramento, la mia voce parlerà ancora.»
Non era una minaccia. Era un monito.
Il verdetto del guardiano

Si narra che, dopo la nascita degli Auris e l’accendersi di Ilunthar, per ere incommensurabili le Sette Casate intrecciarono un canto capace di reggere i cieli.
Cerbero osservava tutto dal confine. Non entrava nel canto, non chiedeva gloria, non piegava lo sguardo: vegliava soltanto sul Cuore Nascosto e sull’equilibrio che lo teneva vivo.
Fu lì, ai margini del reale, che vide nascere il seme della Frattura.
Quando le mani che un tempo intrecciavano i mondi iniziarono a brandire il potere come spada, il firmamento arse. E per la prima volta, il Guardiano provò qualcosa di simile al dolore: non per sé, ma per ciò che era stato affidato al fuoco e stava tornando cenere.
Allora che smise di essere solo confine.
Si narra che si levò dal margine come un’ombra antica e il suo passo scosse le fondamenta dei mondi. La sua voce fu tuono, e le sue tre teste parlarono insieme: una con la Legge che non cede, una con il Caos che ricorda, una con la Necessità che non concede scelta.
E Cerbero pronunciò un verdetto inciso come ferro ardente nel cuore delle Luci: «Tra le Casate sorgeranno Sette Fiamme, e in loro sarà il vincolo.»
Non era una preghiera. Non era un consiglio. Era la misura imposta all’eccesso, il limite posto al fuoco. Così convocò il Primo Consiglio: da ogni Casata emerse un solo Auris, scelto tra i più forti e i più sapienti. E sette si sedettero sul Trono Circolare, giurando dinanzi al Cuore di contenere le maree del potere e custodire l’ordine.
Poi Cerbero tornò al Cuore Nascosto e vi si pose accanto come argine.
Perché il canto può generare mondi… ma solo la veglia impedisce al Vuoto di reclamarli.
Si narra che ancora oggi Cerbero vegli, come una sentinella che attende. Disteso accanto al Cuore Nascosto, sembra dormire, eppure non è mai davvero privo di coscienza. Quando l’orgoglio torna a incrinare l’armonia o quando il Vuoto si avvicina silenzioso ai confini del reale, uno dei suoi occhi si apre nell’oscurità.
Una sola luce, vigile e immobile, basta a ricordare che l’equilibrio non è garantito: è custodito.
E finché quell’occhio resterà desto, la creazione avrà ancora un argine.
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