L’agitazione della prima intervista era palpabile dentro di me.
Avevo quella tensione sottile che ti resta addosso: la voce che forse trema, il timore di non trovare le parole giuste, la sensazione di essere più al sicuro dietro una pagina che davanti a una domanda. E invece, quando è iniziata, qualcosa è cambiato.
Parlare della mia opera non è stato un esercizio. È stato un ritorno.
Ogni domanda era profonda, vera, non superficiale. Mi ha costretta a fermarmi, a guardare dentro quello che ho scritto e a spiegare non solo cosa ho creato, ma perché.
E mentre rispondevo, l’ansia si è trasformata in emozione. Quella bella. Quella che senti quando capisci che qualcuno sta ascoltando davvero.
È stato intenso poter dare voce a ciò che di solito affido alla carta
Sentire che le parole, questa volta, uscivano vive, imperfette forse, ma sincere. E in quell’imperfezione c’era tutta la verità del mio percorso. Sono tornata a casa con una sensazione nuova: non solo sollievo, ma gratitudine.
Per l’opportunità. Per le domande. Per il coraggio di aver detto sì.
Non vedo l’ora di potervi mostrare quello che ho raccontato.
Perché dentro quell’intervista c’è un pezzo di me che, fino a ieri, restava solo tra le righe.
E oggi, finalmente, ha preso voce.
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“Se vuoi, lascia la tua voce.”