Quando si avvicina il mio compleanno, sento sempre qualcosa muoversi dentro.
Non è solo attesa. È una specie di nostalgia che arriva prima della data.
Questo sarà il secondo compleanno senza mia mamma. L’anno scorso era tutto ancora troppo vicino: troppo fresco, troppo fragile. Erano passate solo poche settimane e io andavo avanti come si fa quando non si sa ancora come si sta dentro il dolore.
Oggi invece, c’è il tempo. Il tempo di capire davvero cosa manca, di sentirne l’assenza con una lucidità nuova, più silenziosa, ma più profonda.
Da bambine io e mia sorella festeggiavamo insieme. Undici giorni di distanza erano pochi, abbastanza per unire le candeline. E mia mamma ci preparava una torta meravigliosa.
Era alta, con il pan di Spagna soffice, la crema pasticcera e quella al cioccolato. Ricoperta di panna montata e decorazioni che per noi erano meraviglia pura.
Non era solo una torta.
Era il modo in cui lei misurava l’amore: a strati, generoso, senza risparmio.
Oggi mi ritrovo lì, con la memoria, in quella cucina piena di lei.
Sento il rumore delle fruste che girano leggere, vedo la panna prendere forma sotto le sue mani, e mi attraversa quel gesto di bambina: il dito intinto di nascosto, l’assaggio rubato, la dolcezza che sapeva di festa e di casa.
Era un sapore semplice, eppure conteneva tutto.
Forse crescere significa anche questo:
imparare a spegnere le candeline senza spegnere ciò che ci ha reso felici.


“Se vuoi, lascia la tua voce.”