Ieri era il 1° aprile e, come ogni anno, mi è tornato in mente un vecchio pesce d’aprile che facemmo a mia zia quando eravamo piccole: io, mia sorella e mia cugina Antonella.
Eravamo a casa, e con noi c’era anche il nostro cuginetto Nicola, che avrà avuto circa cinque anni. A un certo punto ci venne quella che allora ci sembrò un’idea geniale:
facciamo uno scherzo alla zia?
La chiamammo e le dicemmo che Nicola era caduto dalla bici, che si era fatto molto male e che, addirittura, si era infilato il manubrio nella pancia. Concludemmo dicendo che lo stavano portando al pronto soccorso. Il problema fu che mia zia non ci lasciò neppure il tempo di gridare “pesce d’aprile!” e riagganciò immediatamente il telefono.
Noi provammo a richiamarla, ma era sempre occupato, perché lei, nel panico, aveva subito chiamato lo zio Paolo per dirgli di correre al pronto soccorso, perché stavano portando Nicola lì d’urgenza.
Insomma, mentre noi eravamo piegate in due dalle risate, convinte di aver fatto uno scherzo memorabile, mia zia stava probabilmente vivendo uno dei terrori più grandi per una madre.
A ripensarci oggi, fa sorridere per l’assurdità della scena. Ma fa anche capire quanto, da bambini, non ci rendessimo conto fino in fondo di cosa potesse significare, per una mamma, ricevere una telefonata del genere.
Perciò oggi, a distanza di anni, credo sia giusto chiudere questo ricordo con delle scuse pubbliche: zia Mariella, perdonaci.
Per noi era solo un pesce d’aprile.
Per te, anche se solo per pochi minuti, è stato sicuramente un incubo vero.


“Se vuoi, lascia la tua voce.”