Ci sono appuntamenti che, anche quando li conosci a memoria, riescono ogni volta a emozionarti come fosse la prima. Per me, la Parata del 2 giugno è uno di questi.
Ogni anno la guardo con lo stesso nodo in gola, con quella sensazione difficile da spiegare che mescola orgoglio, memoria, appartenenza e nostalgia. Le fanfare, le uniformi, i passi sincronizzati, le bandiere, gli sguardi fieri di chi attraversa via dei Fori Imperiali portando addosso non solo una divisa, ma una storia, un impegno, un’identità.
Il 2 giugno non è mai stato, per me, soltanto una ricorrenza. È un momento in cui qualcosa si ferma. In cui il tempo sembra aprire una finestra su ciò che siamo, su ciò che rappresentiamo, su ciò che resta anche quando tutto cambia.
E forse una parte di questa emozione viene anche da lei: dalla mia mamma.
A lei la parata piaceva tanto. La guardava con attenzione, con quella partecipazione silenziosa che diceva più di mille parole. Per me oggi rivederla significa anche ritrovare un pezzo di lei. Ogni passaggio, ogni reparto, ogni nota mi riporta a quel modo tutto suo di emozionarsi, di seguire, di esserci.
Ci sono ricordi che non hanno bisogno di fotografie per restare vivi. Basta un suono, una bandiera che si muove, una marcia che comincia, e all’improvviso tornano. Ma tra tutte le parate, ce n’è una che resta speciale in modo diverso. Il 2006.
Quell’anno non ero davanti alla televisione. Non ero spettatrice.
Ero lì.
Ho marciato, fiera e orgogliosa, con il mio bel MAO rosso fiammante sul braccio destro.
Ricordo ancora l’emozione, la tensione, l’orgoglio. Quella consapevolezza quasi incredula di trovarmi dentro qualcosa che avevo sempre guardato da lontano. Il passo da mantenere, lo sguardo avanti, il cuore che batteva forte sotto la divisa. Intorno Roma, la folla, le autorità, la solennità di un momento che sapevi essere più grande di te.
Ci sono esperienze che passano, e poi ci sono esperienze che restano incise.
Marciare il 2 giugno è una di quelle.
Non è stato soltanto sfilare. È stato sentire, per qualche minuto, tutto il peso e l’onore di appartenere a qualcosa. È stato portare la propria storia personale dentro una storia più grande. È stato attraversare quel tratto di strada sapendo che, in quel passo, c’erano sacrifici, scelte, fatica, orgoglio e anche sogni.
Ogni anno, quando rivedo la parata, una parte di me torna lì.
Torna a quel 2006.
Torna alla ragazza che marciava da lagunare, emozionata, senza forse rendersi conto fino in fondo che quel ricordo l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.
E torna anche alla mia mamma, al suo modo di guardare quella giornata, al legame invisibile che ancora oggi mi unisce a lei attraverso certe immagini, certi suoni, certe emozioni.
Forse è per questo che il 2 giugno mi commuove sempre.
Perché non è solo Festa della Repubblica.
È memoria.
È appartenenza.
È servizio.
È famiglia.
È orgoglio.
È ciò che siamo stati, ciò che abbiamo scelto, ciò che continuiamo a portare dentro.
E ogni anno, quando la parata comincia, io sento ancora quel passo.
Lo stesso passo del 2006.
Quello che, in fondo, non ho mai smesso davvero di portare con me.


“Se vuoi, lascia la tua voce.”