
Ashael e l’Amore che Nacque a Ilunthar
Ashael era la più giovane tra i figli di Elyndar, appartenente alla Casata della Vita, e sorella minore di Lureya. Non era la più potente, né la più obbediente ma era colei che ascoltava la voce del fuoco.
Quando Ilunthar era ancora intatta e gli Auris camminavano accanto ai mortali con carne, respiro e sguardo, Ashael fu la prima a opporsi alla Legge. Non accettava che ai mortali fosse negato il libero arbitrio. Non li vedeva come sudditi, né come creazioni imperfette, ma come anime giovani, incomplete solo perché non ancora giunte alla pienezza.
«Non devono inginocchiarsi», diceva. «Devono scegliere.»
Elyndar, temendo che quella devozione potesse incrinare l’equilibrio, le proibì ogni contatto stretto
con i mortali. Le impose distanza, non per crudeltà, ma per preservare un ordine fragile.
Ma Ashael era fuoco. E il fuoco non conosce divieti.
Ella infatti, trovava sempre il modo di infrangere quella regola: si mescolava ai mortali nei giardini di Ilunthar, lungo i fiumi di luce, nelle ore in cui il cielo si faceva più basso e persino gli dèi sembravano meno eterni. Fu così che un giorno conobbe Narel.
Non era un eroe, né un prescelto. Era solo un mortale che non temeva di guardarla negli occhi.
Tra loro non ci furono promesse, all’inizio. Solo presenza. Solo tempo condiviso, parole semplici, silenzi che non chiedevano di essere riempiti. Finché, incuranti della distanza tra ciò che è eterno e ciò che nasce per finire, Ashael e Narel si innamorarono.
E in quell’amore silenzioso, Ilunthar cominciò a tremare.

Ashael e la Consapevolezza della Fine
Nell’amore di Narel, Ashael comprese ciò che nessun Auris aveva mai davvero voluto vedere: la fragilità del tempo. La sua esistenza era un battito appena, un lampo fugace nell’eternità degli dèi. Eppure, quel battito era tutto per lei. Più reale di ogni stella, più vero di ogni canto divino. Per la prima volta, l’eternità le apparve come una condanna.
L’idea di continuare a esistere quando lui non ci sarebbe stato più, di ardere per sempre in una solitudine che nessun tempo avrebbe potuto colmare, la lacerava. Ogni istante condiviso era già memoria. Ogni sorriso portava in sé l’ombra della fine.
Fu allora che Ashael osò l’impossibile. Creò un sigillo.
Lo incise sulla pelle del suo amato, tracciandolo con il proprio fuoco sacro.
Non fu un gesto di dominio, ma di disperata devozione. Il segno prese forma come luce viva: un patto inciso non solo nella carne, ma nell’anima stessa. Un marchio capace di spezzare il confine tra mortali e divini, tra tempo e memoria.
Quel sigillo legava il suo spirito al ciclo delle rinascite.
Affinché, a ogni morte, potesse tornare, in ogni nuova vita, potesse ricordare e anche quando i nomi fossero cambiati e il mondo fosse diventato altro, potesse ancora ritrovarla.
Così nacque l’Animae Sigillum.

L’ira degli Auris
Quando gli Auris compresero ciò che era stato fatto, l’ira attraversò Ilunthar come un’onda muta. Non parlarono di punizione, ma di ordine violato, di un equilibrio spezzato da un amore che non avrebbe mai dovuto prendere forma. Non fu un’ira cieca, ma inflessibile, perché ciò che Ashael aveva compiuto non era semplice disobbedienza: aveva incrinato la trama stessa che teneva insieme il mondo.
Fu Elyndar, suo padre, a pronunciare la condanna.
Non con odio, ma con la voce di chi regge il mondo e sa che ogni scelta ha un prezzo.
Narel non fu giudicato. Fu reciso, e la sua morte venne esibita come monito, perché nessun mortale osasse più camminare accanto a un’Auris come suo pari.
Non per vendetta, ma per ristabilire la distanza che era stata infranta. La sua fine divenne un sigillo d’ordine inciso nel tempo, affinché il confine non fosse mai più dimenticato.
Ashael ebbe una sorte ben peggiore. Non venne uccisa, ma separata.
La sua fiamma fu spezzata e dispersa in frammenti ardenti, scintille dormienti affidate ai mondi, condannate a ricordare senza potersi mai ricomporre. Il suo nome venne strappato dai canti e cancellato dalla memoria ufficiale degli Auris, come se non fosse mai esistita una fiamma capace di amare.
Eppure, il sigillo rimase. E con esso, la verità che nessuna condanna poté estinguere: che ogni amore inciso nella carne è più forte della legge, più duraturo del tempo e persino degli dèi.
Si narra che Cerbero, custode delle soglie e dell’equilibrio, commosso da quell’amore, raccolse una scintilla della fiamma di Ashael e la donò a Narel. Con essa aprì un varco e li condusse in un mondo creato solo per loro, lontano dagli Auris e dalle leggi di Ilunthar, dove il tempo non divide e la memoria non ferisce.
E lì, si dice, vivono ancora oggi.
Ti ha colpito questa leggenda?
Lascia il tuo pensiero qui sotto.


“Se vuoi, lascia la tua voce.”